RAPINA IN VILLA DI ALESSANDRO SIMONETTI

Buon pomeriggio miei cari Lettori e Lettrici, sono qui per informarvi di una nuova collaborazion con un autore ccon cui in passato ho già collaborato sull’altro mio blog e sono fiera di collaborare di nuovo con lui.

Detto ciò vi lascio un suo racconto, ogni venerdì troverete un suo racconto o altre novità, sperò che quest’idea vi piaccia.

                                           RAPINA IN VILLA

 

Casa infestata

 

Li ho sentiti arrivare, o meglio, ho sentito il cane guaire piano fino a spegnersi lentamente.

Sono entrati dall’ala nord del giardino, la villa che ho su via dell’Almone guarda a destra al Forte Acquasanta, e dritto… fino al sepolcro di Cecilia Metella.

Sono un uomo molto ricco, sono un Ingegnere Meccanico, mi occupo dello sviluppo di motori per gli aerei della F. T.C. Linees. Abbiamo deciso di venire ad abitare al Quarto Miglio, sulla via Appia a Roma, qualche tempo fa, dopo avere ricevuto il premio per il brevetto del motore per le piccole macchine a scoppio da me inventato, è una mia passione, e così mi ci sono dedicato, dopo la gara vinta, dopo il premio, sono arrivati anche gli introiti della vendita del brevetto, comprato da una nota casa costruttrice dei piccoli bolidi, così ho preso mia moglie e le due figlie, (dietro forte insistenza delle tre), e siamo venuti a vivere qui, in questa zona residenziale, è una sera di Luglio, e molti dei miei onorati vicini sono partiti per le vacanze, noi avremmo dovuto farlo la settimana prossima. Ma non credo che partiremo, non dopo quello che sicuramente accadrà questa notte.

Ho sentito per primo guaire il cane, ha lanciato tre latrati sofferenti e un acuto finale sordo e sommesso, devono avergli tappato il muso. Non credo che mia moglie e le mie figlie abbiano sentito nulla, sono nella parte opposta rispetto a me della casa. E non possono nemmeno avere visto, non hanno la stessa mia visuale.

Il ripostiglio sotterraneo è ampio e ha una piccola finestra che dà sul versante nord, da fuori è difficile scorgerla in quanto questa proprio affaccia dietro una palma nana di enorme fattura. Il giardino è molto grande, basti pensare che il precedente proprietario vi teneva dalla parte est, vicino il piccolo lago artificiale un’uccelliera. La palma ha foglie ampie e larghe che nei risvolti più impensati poggiano a terra, è una palma cinese, della provincia dello Sichuan. Sono a molti metri da me, vedo le loro gambe, Rossella, Carlotta e Chiara non devono averli sentiti, sento da qui la televisione alta e loro arrivano veloci, non c’è tempo di uscire, mi farei uccidere o violentare come tutti gli altri. Ma posso restare, e organizzare una difesa.

Mi chiamo Nicodemo Ravegnini, ho quarantaquattro anni, mia moglie quarantadue, Carlotta ventuno, Chiara diciannove, sarà un massacro, sono personaggi noti per le rapine in villa. Se ne è sentito parlare spesso al telegiornale, operano tra il nord e Roma, sembra abbiano la base operativa a Tivoli, piccola città dell’hinterland romano, ma non si erano mai spinti fino a tanto. Devono essere completamente usciti di senno.

Vedo le loro gambe muoversi, nel frattempo ho chiuso la porta del ripostiglio impossibile da vedere ad occhio nudo, è nascosta dietro un dipinto a muro che riproduce delle assi in legno, una rarità del precedente proprietario, sono in vantaggio su di loro, se le mie figlie e mia moglie non parleranno.

Ma so che non lo faranno.

Devono essere quattro o cinque, due di loro hanno dei jeans, gli altri non li distinguo, forse pantaloni neri. È sera, sono circa le 22:00, e gli alberi e le piante del giardino li aiutano a mimetizzarsi fra il verde e la luce fioca che arriva dal lampione esterno. Poi ci sono i marroni dei grandi vasi in terracotta e i chiari delle rocce sparse qua e là, è una bella casa e forse sarà la loro tomba, sono un ingegnere meccanico, appassionato di tecniche militari. Ho bisogno di tempo.

Li sento ridere e ondeggiare sulle gambe, i due con i jeans sono più grossolani nei movimenti degli altri, e appaiono anche più grandi di statura, devono essere completamente fusi o fuori di testa.

Gli altri hanno pantaloni in tela neri, sono cinque e ben organizzati, il cane è morto in pochi secondi, e ora dopo aver parlottato si dirigono verso il patio che da sull’entrata a est della casa, saliranno i tre gradini attraversando la passerella per poi trovarsi di fronte la porta.

A sinistra troveranno la grande finestra in vetro, non credo che la romperanno, sono sicuramente organizzati in maniera migliore, sono dei professionisti. Sicuramente faranno saltare il rocchetto della porta principale, poi entreranno immobilizzando le mie donne, hanno messo a segno diverse rapine negli ultimi tempi, la Polizia da tempo li sta cercando. Eccoli… riesco a malapena a distinguere i loro passi a ridosso della parete est del ripostiglio, la porta è quella di accesso alla casa. Ora si sono fermati… sono davanti alla porta, devono avere deciso di forzarla, sento i loro passi nel salone, vicino al televisore, alzeranno il volume per non destare sospetti, poi chiuderanno la tenda della grande finestra, e credo che li comincerà il calvario, ma io ho tempo, e non ho nessuna voglia di perdere. Sto già pensando al contrattacco.

Ho seguito i loro passi per un po’, sono giovani, arrabbiati, prepotenti. Sono molto affiatati, perché li ho visti discutere e intendersi dopo pochi secondi, devono avere già colpito in questo modo, seguono un copione ben prestabilito. Non lasceranno tracce.

Ecco… il rocchetto è saltato, sono entrati!

Sento dei passi confusi e un urlo, è mia moglie! Le figlie devono averle invece immobilizzate. Bastardi! Comunque anche mia moglie ha smesso di urlare, il tutto è durato pochi secondi, meglio così, non soffriranno.

Io sono qui che aspetto.

Mi ricordo di un tipo anni fa in Oregon, nel profondo nord degli Stati Uniti che uccise con un fucile tre giovani balordi entrati nella sua casa di Beaverton. Li aveva trovati intorno alla moglie legata sul letto della loro camera da notte. Tornava da una battuta di caccia, e ubriaco aveva scavalcato il piccolo recinto delimitante la sua proprietà accorgendosi così di loro, dalla finestra del salone e cogliendoli di sorpresa., era finito su tutti i giornali, credo una decina di anni fa, li aveva uccisi con tre colpi in fronte, quelli erano tutti e tre armati, e nessuno dei tre aveva fatto in tempo a sparare, li aveva inchiodati al muro di casa lasciando di loro, solo tre rivoli di sangue sul muro. Legittima difesa.

Lo Sceriffo e gli avvocati, non avevano avuto nessun dubbio.

Io non ho un fucile, ma sono un buon tiratore, la mia casa è piena di armi, e io la conosco bene, di loro, non si può dire altrettanto.

Ecco… credo che abbiano ucciso mia moglie, sento uno di loro urlare, in rumeno… (sta dicendo loro di non fare rumore, di non schiamazzare).

Bastardi!

Ora si stanno dirigendo verso la camera delle ragazze, Carlotta e Chiara… non le sento urlare, devono averle imbavagliate.

Bastardi!

Comunque credo che non manchi molto alla loro morte. Ma io non ho fretta.

Io so aspettare, e non mi piace perdere.

Rumori sommessi… mugoli… Chiara!

Altri rumori. Carlotta.

È tempo di uscire, i lupi stanno consumando il loro pasto.

Sono agile e veloce, sarà un bel vedere.

La casa è disposta su un piano unico, un parquet di prezioso mogano la percorre per intero, con i due piani armadi sul corridoio, e quello nella camera da letto le stanze sono nove.

Dietro il finestrone in vetro, il salone principale si apre tra l’atrio e il largo corridoio dove sono i due vani armadi. Sulla destra accanto al salone, vi è la stanza per ascoltare la musica lirica, è ampia e spaziosa, ne resto sempre affascinato, poi le due camere da letto.

Le cuffie in pelle sono splendide, il loro suono perfetto, saprò attendere, sono coscienzioso io.

Più a sinistra l’ampia cucina e l’atrio, intorno una miriade dei più svariati oggetti riportati da ogni mio viaggio, suppellettili, libri, maschere, più due daghe romane appartenute ai legionari del periodo dell’Imperatore Augusto, e una lancia Keniota appartenente ad un guerriero Iichamus.

Il Commendatore Lambertenghi, (non so dire tuttora cosa facesse nella vita, se non che viaggiasse molto), aveva poi pensato a due intercapedini comunicanti con il giardino forse realizzate per la sua sicurezza personale, era molto ricco il Commendatore.

Le due intercapedini comunicano verso est e verso ovest per mezzo di due doppie pareti aggiunte dopo la costruzione, il nuovo piano catastale della proprietà non credo sia catalogato con il vecchio. Vediamo se sapranno giocare.

Ecco… non sento più mia moglie. Ormai i rumori sono solo urla e passi sommessi, poi rari fiati e corti respiri.

Sono sicuro che questa è Carlotta, sta mugolando tra il pianto e il dolore, i passi si sono calmati, ora solo due di loro si muovono mentre gli altri stanno fermi, vedo le spade poggiate sullo staffo in acciaio al centro del salone, sono due daghe corte.

I miei sogni si fanno cupi e disturbati da un persistente dolore che mi inonda la mente portandomi in abissi sconsiderati, poi urla lontane, sono sicuro che mia moglie e le mie figlie stanno soffrendo. Nicodemo, mi chiamo Nicodemo.                               

Vedo le daghe nel salone, sono calme e placide poggiate sullo staffo, riposte ed immobili nei loro foderi. Nella mia mente immagini distorte mi illuminano la via, sento il dolore sconquassarmi il petto.

Mia moglie ha lanciato un grido acuto e lungo, sta cercando di resistere, sento tramestio di passi.

Le stanno uccidendo.

Daghe, e lancia keniota, poi la grossa credenza in legno e vetro.

Loro non possono vedermi, sono nascosto nel ripostiglio.

Ora i passi sono veloci come di topi che stiano ispezionando la tana, corrono da una parte all’altra della casa, forse cercano la cassaforte, forse i gioielli rimasti fuori da essa, percepisco appena lo scorrere veloce dei cassetti nelle loro guide, devono avere trovato i gioielli di Rossella, perché ora l’individuo nella camera da letto è stato raggiunto, velocemente da gli altri individui.

Chiara… la più piccola!!!

Non è morta… ancora sento i suoi mugolii e le sue urla sommesse, poi risate di uomini malvagi. Dio.

Ora ridono e ballonzolano sulle gambe, con esclamazioni di gioia. I gioielli.

Devono avere trovato il collier in oro e ambra, e l’anello di zaffiro blu di Rossella, grida di giubilo.

Ora riunione. Sorrisi. Compiacimenti.

Sono assai imprudenti.

 

Stringo forte i pugni chiusi, che male sopportano il silenzio che mi sono imposto prima della rivincita, continuo a pensare alle due daghe poggiate sullo staffo in acciao, ora il mio cuore è rosso come quello di un guerriero.

Sono un appassionato di tecniche militari. Pagheranno.

Povera… ora è Carlotta, la grande.

Gesù!

Faccio un passo in avanti, le mie scarpe scricchiolano impercettibilmente sul pavimento del ripostiglio, un ripostiglio caldo, ampio… sicuro.

Sono molto ricco, la casa è molto grande, non sarà una notte felice per loro… i miei assalitori.

Ora bisogna individuarli, sono uomini come me… bene. Vedremo.

Prendo una torcia dal manico lungo e nero, e me la metto in tasca, poi un grosso cacciavite per professionisti, più in là, sullo scaffale una grossa roncola per tagliare gli alberi più piccoli giace immacolata. La luce la raggiunge nella lama mai usata, non fa parte della cassetta di attrezzi del giardiniere. La brandisco nella mano destra. Ora è tempo di uscire.

So che sarà difficile, io sono solo un uomo, ma questa è la mia casa, loro… non sarebbero dovuti entrare.

Entrare nelle case degli altri è un rischio, questo è un comandamento. Una regola.

Bene, si stanno muovendo, lasciano spazio libero di fronte l’intercapedine ovest.

L’intercapedine parte dall’incrocio con la parete nord fino a raggiungere il giardino. Di fronte, in lontananza, l’uccelliera risplenderà sicuramente nel buio della notte. Alcuni uccelli dormiranno, altri fieri faranno da guardia, a destra della porta mimetizzata con il muro, il giardino si estende per tutta la proprietà, centocinquanta acri di terreno, prato e alberi.

La notte porta consiglio.

Alla fine dell’ala sud, quella che mi fronteggia, di fronte la porta mimetizzata, la recinzione alta oltre i dieci metri può raggiungere i 50.000 watt, il Commendatore Lambertenghi teneva alla sua privacy.

L’intercapedine passa per il vano armadio della camera da letto principale, dove dormivamo io e Rossella, (mi sembra giusto usare il passato), sbucando nell’armadio per mezzo di una piccola apertura in legno. Prodigi del benessere e della tecnica.

Poi ancora una altra porta del ripostiglio che circonda la casa, apre l’accesso sulla camera da letto. Un vero ossessionato.

Cercherò di uscire in giardino, ma prima voglio vederli in faccia, i miei aguzzini.

Passo piano attraverso l’intercapedine, il cacciavite e la torcia sono perfettamente al loro posto nella tasca, brandisco in mano la roncola, attraverso il muro, la roncola è affilata. Li sento ridacchiare oltre il muro. Mia moglie e le mie figlie sono divise due a una, nelle due camere da letto. Ora gli uomini sono tutti nella prima, esultano per i gioielli trovati, darò loro un’occhiata.

Cammino ancora all’interno dell’intercapedine, essa si snoda silenziosa e scura solo illuminata dai piccoli bagliori della lama, che ritorta e ricurva brilla.

I miei occhi lanciano i bagliori omicidi mentre dietro alle pareti si ridacchia senza ragione. Sono fastidiosi gli uomini.

Cammino ancora con la roncola in mano silenzioso, so per certo che topi non ce ne sono, li avrei sentiti nelle mie notti alla villa.

Passi e ancora passi, con la roncola in mano.

Il manico è in sicura gomma nera, plastica, in fondo al manico un cerchio giallo la distingue da altre roncole, il mio viso è una maschera di follia, lo sento dalla pressione delle iridi, queste sembra che scoppino, e le pupille si stanno allungando verso il buio, la luce fioca attraversa le bocchette per l’aria condizionata, il Commendatore aveva pensato a tutto. Un ossesso.

Raggiungo il vano armadio, li spierò da dietro i vestiti. Prediligerò le giacche.

Poi li vorrò vedere, pagheranno per quello che hanno fatto.

Faccio ancora qualche passo, e li sento scambiarsi parole in un italiano mischiato a del rumeno.

 – Sono molto ricchi, prenderemo tutto quello che hanno, la signora dice che ci sono gioielli e soldi nella cassaforte in salone, tra poco ci dirà la combinazione, poi andremo via… –

Sento nel frattempo avvicinarsi altri due di loro, erano rimasti di là.

 – La più piccola è morta, dobbiamo fare presto! –

Segue un silenzio tombale, la mia rabbia è compressa nelle mani che stringono la roncola, sento il cuore fracassarmisi nel petto, devono essere due gregari della banda, perché le loro voci, soprattutto la voce di quello che parla in questo momento, (l’altro ha fatto un solo mugolio), appaiono impaurite dal resto del branco, i tre che ora si riflettono nello specchio immagino.

Poi il gruppo si congiunge, forse per decidere, ora a giudicare dalle loro voci sono tra il letto e lo specchio, quello grande sul comò. Lo specchio è lavorato ai lati con smerigliature di tipo esagonale, immagino il mio viso rigato dalla lacrima che ora vi sta scendendo, parlano di Chiara, la più piccola, diciannove anni e un sorriso. Se è vero che sono un uomo pagheranno.

Sbircio da dietro la piccola porta apertasi nell’armadio, e cosa vedo!

Cinque luride bestie si atteggiano a pose e movenze da uomini, hanno le maschere di gomma, ognuno di loro è un animale.

C’è Sciacallo, Tigre, Pantera, Scimmia e Zebra, si muovono onirici e sorridenti. Non credo che le toglieranno presto, hanno paura delle eventuali e nascoste telecamere, io so dove sono nascoste, sono delle Axis 211, ideali per il circuito chiuso. A colori.

So dov’è l’interruttore generale, lo spegnerò, così intorno e nei loro cuori il buio sarà totale, come ora nel mio.

Escono e entrano dalla stanza, dirigendosi verso il giardino, dalla portafinestra del salone, vasi e fontane si dipanano immagino di fronte ai loro occhi, nella grande tenuta che di fronte a loro rigogliosa si snoda tra alberi di frutto e da fusto, poi piante, varie, hanno notato la serra, stanno entrando a controllare, accenderò la luce e la corrente, e spegnerò le telecamere, l’interruttore è nel salone.

Sono tutti usciti fuori, l’interruttore è nel salone dietro un quadro che vede due donne Malindi durante una danza scatenata, hanno splendidi seni che agitano al vento tenendo in mano lance dalle impugnature alte e colorate, dietro di loro un tramonto rosso si snoda su un fiume ambrato di nero. Un quadro da poco, ma di grande effetto.

Raggiungo la parete est del salone, il quadro è tra la porta principale e l’ampia stanza vicino ad una lampada da tavolo in vetro, con il copri lampada in tela, i bordi sono elegantemente curati nelle stoffe tese di colore ocre. La luce che illumina il quadro è tenue e calda, come l’Africa.

Fuori, lontano… la musica di una danza scatenata giunge da una villa lontana, il ritmo house è ossessivo, le voci si susseguono in tonalità alte e gravi, le urla sono mille e gutturali, di paradisi di disco rave e adunanze notturne cantano, tutto è confuso ed agitato. Come in Africa.

Vanno verso la serra, cinquecento metri quadri di piante e ferro, la luce lunare filtra attraverso i vetri della serra illuminandoli, i vetri sono sporchi, l’umidità della sera e la polvere permeano come un manto protettivo la serra, è uno spettacolo raccapricciante… e completo, si… completo.

La luna di lassù illumina la serra rendendola nella notte ventre di balena. Tra poco saranno fritti.

Dentro piante di oleandro e limoni sicuramente li stanno ora accompagnando, poi ardisie e alchimene, ancora begonie e calatee, poi alberi da frutto ancora li accompagnano, e poi spinacenee… ancora rose e biancospini. Garofani e Antirrhinum.

Cercano ancora ed ora eccoli, sono davanti alle lampade per le Guave, piante brasiliane che necessitano di molto calore, e in quel settore, le lampade sono molto potenti e regolabili, dal quadro generale. Loro si avvicinano, ridono ancora… io li friggerò. Si!

Friggo le loro teste insieme con le maschere, le lampade superano i ventimila watt!

Il Commendatore Lambertenghi era un vero e proprio eccentrico, si muovono, tenendo la testa tra le mani, agitati sono i fantasmi dell’Io mentre in zebra, tigre, sciacallo, scimmia e pantera si ridestano dal sonno, vedo le loro ombre muoversi dalla finestra del salone, ora stanno uscendo, ma le maschere sono cotte ormai sui loro volti, non se le toglieranno, non potranno.

Ho acceso le serre e spento le telecamere, ora accenderò la corrente sui pali elettrici dell’alta tensione. Il sistema di sicurezza funzionerà, ora nessuno esce dalla casa.

 – Ha-aahh… -, urlano mentre la notte raggiunge le sue ore più belle, qui a Roma il vento alcune sere sembra compiacere ogni tuo passo, lontano una macchina sfreccia nella notte ad alta velocità, ne riesco a percepire il rumore grazie ad uno scherzo del vento. L’uomo sta correndo.

Sono tornato di nuovo nell’intercapedine grazie al passaggio nascosto nell’armadio, vorrei vederli, tanto vederli.

Si perché ora sono come animali in gabbia, bestie, ho ritirato la lancia e una daga, non credo abbiano avuto tempo né occasione di vederle sui loro staffi, comunque è tempo di rientrare, sento dei passi animali.

 – Sono bruciato, brucia! Non si toglie più la maschera! –

 – Stai calmo Scimmia, le terremo, non possiamo togliercele per sicurezza!

Deve essere stato un corto circuito, vedete, si è acceso anche l’allarme,ed è scattata l’alta tensione, e anche i nomi, continueremo a chiamarci con quelli degli animali, usciremo da qui!

Portatemi la donna, la faremo parlare, ci deve essere un modo di spegnere gli interruttori della serra e dell’allarme, ci deve essere sicuramente, qualcosa che elimini l’alta tensione dal perimetro della villa.  Bisogna rimanere calmi, non possiamo uscire, ma nemmeno possono entrare, dobbiamo trovare gli interruttori! Portatemi la donna! – 

Sciacallo parla con fare affrettato, lo sento, sono nell’intercapedine con la roncola in mano, e la lancia dall’altra, la daga è nascosta, la strada è buia e lunga.

 – Le donne sono morte! – 

Zebra è entrato nel salone agitandosi ancora con la testa fumante, la sua criniera si agita ai suoi salti per spegnere gli ultimi residui delle piccole chiazze di cenere che si vanno formando alla base del collo, e sulla criniera

 – Come sono morte? –

Sciacallo lo guarda drizzando le orecchie nervose e dritte.

 – Come avete fatto ad ucciderle tutte e due, come? –

 – Pantera, tigre… come è potuto accadere? –

Pantera e Tigre arrivano velocemente e con le facce feroci, tigre con la sua sporcata di un piccolo punto di sangue, hanno i musi colpevoli.

– Sono morte, la ragazzina è morta pochi minuti fa! –  è il capo del branco di assassini che parla.

 – Cazzo imbecilli, dovremo stare più attenti, non sappiamo dove sono gli interruttori! –

Sciacallo è agitato, e scimmia si muove ondulando come se avesse perso il lume della ragione, ha entrambe le mani posizionate sul capo, e le dibatte… scimmia si muove!

Li osservo ora dalle bocchette per l’aria condizionata, passo felpato e lancia in resta, devo uscire in giardino, sono i malfattori… in preda all’ansia nella ricerca degli interruttori, ma non li troveranno molto facilmente, sono a terra dietro uno sportello in legno, altra stranezza del commendatore, cercheranno ovunque, e rischio di farmi scoprire.

Il giardino è notturno e solo rischiarato dalla luna, il vento spira lieve, la caccia sarà buona, vedo lo sfrigolio della corrente che passa sui fili ad alta tensione del recinto, esso in luccicanti comete viola e rosse si alternano nell’abbraccio al filo elettrico, spire di tensione ingentilite dalla potenza della tensione si attraggono sui fili come coppie di amanti.

 – Sniff… – l’aria è buona, lo sarà anche la caccia.

Giovinetto mi appare il ragazzo della statua sulla fontana in giardino, esso si bagna i piedi dopo avere camminato, di grazia è la sua mossa e il suo pigliare, di tutto punto si bea del rinfresco.

Son volte già, che nel giardino esco.

Ancora il giovinetto mi sorride alla luna, ha un ghigno satanico sotto i boccoli regalati dall’artista.

Attenti nella corsa a svista.

Lo guardo mentre ancora si bagna all’acqua fresca, sorride alla notte e nella testa, di muscoli e intelletto si tempesta.

La notte è buia, e la musica proveniente dalla villa di un vicino nei dintorni si sente ancora portata dal vento, il deejay allieta la notte con ritmi tribali, canti di felicità e di morte, di corse e di assassini. Terreno per bambini.

Trovo un poco di ristoro sotto una palma in giardino, il vento qui sotto è più caldo che altrove, la luna in cielo non si muove.

Sento la lancia Iichamus stretta nelle mani, fuori l’ho portata per sicurezza, dentro userò la roncola, è più maneggevole, e poi la daga. A finire.

Lontano nell’uccelliera i falchi e le aquile si alternano ai corvi imperiali, ai nibbi e agli sparvieri, poi ai marabù, due struzzi, alcuni allocchi, l’uccelliera è enorme, e sempre un bello spettacolo.

Le urla e gli stridii degli uccelli a volte fanno paura, sembra stiano scannando qualcuno, davvero è

come se scannassero qualcuno, questo è un marabù.

Comunque la caccia è bella, stasera la luna è alta, e il vento spira lambendo i miei capelli, oh… si avvicinano a volte alle finestre. Ore funeste.

Quando le loro ombre scure appaiono dietro i vetri si vede chiaro come siano agitati, toccano i vetri con i palmi delle mani, poi le teste con orecchie e criniere si agitano fra le stesse mani a cercare intorno interruttori e stipiti segreti, son nel pavimento. Gli interruttori.

Il Commendatore Lambertenghi.

Urlano… a qualcuno (questo è Sciacallo), sfuggono delle urla durante la ricerca, sono sommesse, di tutto il terrore immaginabile dipinte, la musica della villa suona in stili tribali e arie house che fanno cavillare la testa. Su trappole, uccisioni, mutilamenti.

Sono stati molto bravi, non hanno lasciato alcuna traccia, ora nessuno sa di loro, ma io fiutando l’aria sento la loro paura, pantera è alla finestra, riconosco la testa sinuosa e le orecchie, poi ancora vedo correre zebra da una finestra all’altra, gira in circolo. Gesù! 

Beh… che dire, la caccia mi aggrada.

 – Guardate dietro gli sportelli, in garage, all’esterno, dobbiamo trovare un quadro elettrico sapete cosa cercare!

Pantera esci in giardino, tu scimmia vai con lui, tu tigre parti dal muro vicino la finestra, zebra calmati!

Ascolta guarda nelle stanze da letto e in cucina, chiamate me, cercate di non fare errori! Cerchiamo di uscire da qua prima possibile! –

Parla Sciacallo, Zebra risponde.

– Si d’accordo, ma siamo chiusi, il giardino è grande, forse c’è un’altra uscita! –  i suoi occhi sono colmi di terrore.

– No, non credo -, dice Pantera, – nel caso l’avremmo già trovata, – afferma ancora il signore della notte, vedo i suoi denti scintillanti alla luce lunare, dietro la finestra, l’impugnatura della lancia ora è calda nelle mie mani.

 – Andate! – dice ancora sciacallo con fare imperioso, sono rumeni, e le voci mi giungono confuse e dai suoni alti… gutturali, la loro è una lingua antica, ancora i castelli risuonano nelle loro menti. Sono guglie pericolose le loro… e poi notte, e boschi.

 – Ahi la caccia che ridere mi fa! – penso mentre ancora dentro sciacallo, si rivolge a tigre.

 – Occupati del soggiorno e del salone, ci ritroviamo qui! –

 – D’accordo -, risponde tigre – E delle donne? che ne facciamo? –

 – Lasciale – dice sciacallo – coprile solo con un telo! Forza ora cercate, forza, forza! – lo scalpiccio che segue è da andare fuori di testa, il vento si è alzato, i miei capelli ne vengono sagacemente scompigliati.

Il viso è arcigno mentre penso al tempo fuori, stasera il vento spira veloce, lontano la via Appia Pignatelli porta a soli e mari lontani, lontano la via è silenziosa, rive, sponde.

L’anima mia si infonde, l’acqua da qui è lontana.

La terra calda brama.

Eccoli, pantera e scimmia!

Pantera cammina piano, i denti della maschera brillano alla luna apparendo lucidi e forti, scimmia lo segue eretto, con fare sapiente.

– Andiamo -, dice pantera in lingua rumena.

– Cerchiamo anche nel garage adiacente la casa, forse lì sotto da qualche parte c’è il quadro elettrico generale, – intanto lo sfrigolio sui cavi dell’alta tensione si è fatto costante e più potente, la corrente ha raggiunto i ventimila watt, i fasci di elettricità passano nella notte sui cavi sfrigolando sommessamente, illuminando la distanza tra i pali dell’alta tensione come se fosse giorno, per me è uno spettacolo divino.

Pantera convinto di più fra i due, continua a dare ordini.

– Ok, cerchiamo intorno alla casa, io mi occuperò del garage, tu scimmia vedi se da qualche parte c’è il quadro generale, forse è posizionato in qualche cabina elettrica adiacente la casa, al primo segnale ci faremo un fischio. Se troviamo qualsiasi altra cosa di interessante ci fischieremo lo stesso, andiamo ora, andiamo! – toni rumeni e gutturali.

Scimmia gira intorno alla casa, tenendo un passo altalenante, pantera si dirige verso il garage. Poserò la lancia, non c’è niente di meglio di una lotta con felini in gabbia, sono romano.

Vedo scimmia incamminarsi verso il lato sud ovest della casa, va verso il giardino e verso quella che io chiamo la Collina degli Abeti. Sono forse una quindicina, arroccati su un piano rialzato di dieci-dodici metri rispetto al resto della tenuta, lì vi sono solo abeti, il commendatore Lambertenghi era davvero un tipo eccentrico.

Scimmia cammina guardandosi intorno come rapito dal mondo che lo circonda, rapito da ogni cosa… è il terrore, si, il terrore che lo acceca negli istinti più profondi. I suoi occhi sono spalancati e la sua mente è al massimo della produzione di quelle che sono le endorfine, la dopamina, e tutte quelle sostanze che producono paura ed altri sentimenti, lo riesco a notare nonostante la maschera. Scimmia ha paura, sarà il suo istinto atavico di sopravvivenza? Chissà, lo vedremo.

Intanto io ho posato la lancia all’interno dell’intercapedine, poco prima dell’uscita sul giardino, mi fido, non la scoveranno mai, l’intercapedine.

Seguo pantera, il suo passo è felpato, anche il mio, si sta recando verso il garage, tra poco spettacolo di gladiatori.

Cammina pantera verso la parte est del giardino, per poi girare a sinistra e recarsi verso il garage.

Le chiavi della mia auto nella borsa di mia moglie mi hanno salvato la vita, hanno creduto che fosse la sua, mia moglie deve avergli detto che sono partito. Avranno visto i miei numerosi riconoscimenti sparsi per la casa, sono ingegnere meccanico, e di certo i premi e i riconoscimenti non mi mancano. Pantera cammina ancora, poggiandosi ora sinuosamente ad un albero, scherzi del destino, lo noto dalle bocchette per l’aria condizionata sparse per tutta l’intercapedine e opportunamente nascoste alla vista. Casa di lusso, bocchette di lusso.

È silenzioso e affascinante mentre nella notte il suo manto nero, (veste una tuta nera per confondersi nella notte), si adatta perfettamente alla maschera, i denti bianchi sempre risplendono alla luna, e le sue mani poggiate sulle piante e sugli alberi che incontra, evocano il felino che è in lui.

Ha notato l’entrata del garage, ha rallentato, e ora, dopo essersi guardato intorno entra, anche io, la caccia inizia.

Raggiungo la porta del garage pochi minuti dopo di lui, sono passato di spalle alla casa, nella parte ovest, quella per intenderci da dove è possibile vedere il sepolcro di Cecilia Metella, moglie di Crasso, figlio di quel Licino Crasso che domò la rivolta degli schiavi capeggiata da Spartaco.

Pantera è dentro, in fondo al garage che cerca il quadro elettrico, ho la roncola in mano, intendo domarlo.

Il garage è lungo e profondo, la sola luce accesa da pantera non basta ad illuminarlo tutto, ha paura di essere scoperto, bene, corridoio… pantera… domatore.

E puzza di sangue e sudore.

Sangue e arena.

Mi inserisco piano tra lo stipite dalla porta, i miei occhi sono socchiusi dalla rabbia, sento ancora le mie figlie e mia moglie gemere sotto le sporche mani di quegli sporchi assassini, pantera sarà il primo, poi crescendo di emozioni.

Non sente alcun cigolio, non ce ne sono, casa grande… garage grande, porta oliata, uomo ricco.

Dopo pochi secondi sono alle sue spalle, l’espressione che noto quando si gira è imberbe e inorridita, fuori nell’uccelliera gli uccelli hanno iniziato a urlare e strillare in maniera folle, falchi e cacatua si alternano ad amazzoni di tucuman e merli shama, pappagalli della Nuova Guinea a tucani e kakariki dalla fronte rossa. Le aquile stanno ferme sui tronchi in alto.

Lo sguardo fiero e il piglio rapace.

Lo sguardo di pantera quando mi vede è folle e di disperazione, dapprima trattiene il fiato, poi il suo grido coperto da quello degli uccelli è fiero e felino assai, la roncatura che lo colpisce all’attaccamento della gamba destra al busto, gli provoca un taglio netto poco sopra la coscia che subito sprizza sangue, sembra un albero tagliato per metà, il suo sguardo è ormai senza confini, la maschera non si muove per niente dalla posizione originaria, restando perfettamente incollata al volto e lasciando così visibile il terrore nei suoi occhi, si gira, e tentando di scappare si aggrappa alle due mensole in legno posizionate una sopra all’altra. È pantera!

Rido felice e divertito, mentre gli uccelli urlano come se dentro la loro voliera sia entrato il demonio, secondo me, nel profondo dei loro cuori essi ridono. Quelle sono urla di scherno.

Comunque pantera perde sangue, ed è piegato in due davanti a me. Ma ha lo sguardo battagliero.

 

Con un balzo tenta di ferirmi, ha dei chiodi incastrati fra le dita della mano, intorno dalle mensole molte cose sono cadute, noto tra il parapiglia un grosso rotolo di nastro isolante nero, non lo legherò… ho deciso.

In fondo, nel buio, taniche di benzina vuote e liquido infiammabile.

Pantera tenta di colpirmi, la sua zampata è veloce e radente, mi graffia appena il volto, lui esulta, e i suoi occhi brillano gialli al buio di felicità, pensa di salvarsi, gli uccelli urlano, e io tra quelle urla sento quelle delle mie care.

Sento le gocce di sangue cadermi piano fino al mento, i chiodi che tiene stretti tra le dita sono riusciti a graffiarmi all’attaccatura della mascella sinistra, digrigno i denti passandomi la mano che stringe la roncola poco sotto il mento, non voglio sporcare a terra.

Pantera è terrorizzato, sembra fatto apposta, ma ad ogni suo urlo gli uccelli urlano ancora di più, si tiene in piedi poggiandosi sulla gamba ferita, e così interrompendo il flusso di sangue che ora invece di sprizzare intorno gli cola sulla sua gamba, porto un nuovo attacco, pantera trema, i suoi occhi girano a vuoto mentre il terrore lo assale. Anche i miei.

 – AAAHHH! -, è pantera che urla, subito i cacatua rispondono, io colpisco ancora, ora pantera giace di fronte a me. Tappeto.

Esco fuori dal garage velocemente, la notte si è fatta scura e silenziosa, anche gli uccelli hanno smesso di urlare, dentro la casa la ricerca è febbrile, andrò a cercare scimmia.

Passo accovacciato attraverso la parete nord, quella per intenderci che affaccia sulla strada, il buio mi è alleato, dentro la casa, attraverso le finestre vedo i movimenti di sciacallo, tigre e zebra, sento le loro urla, e i tramestii di cassetti e armadi, non troveranno mai il quadro generale nascosto sotto un sportello a terra in salone, il Commendatore Lambertenghi era un vero burlone.

Rientro dall’intercapedine ovest e alla fine di essa recupero la lancia, vedo fuori in giardino dalle bocchette dell’aria condizionata, scimmia che si agita sulla collina degli abeti, intorno a lui solo gli alberi.

Ha capito che è impossibile uscire, e cerca di comunicarlo a quelli della casa, si dimena e si dibatte agitando le mani con alle spalle i cavi dell’alta tensione. Lo spettacolo è raccapricciante.

Scimmia si dibatte mentre fasci nervosi di elettricità passano alle sue spalle, mio dio questi uomini stanno esagerando.

Bene… la notte mi è alleata, mi accompagna scura, scimmia rientra verso casa, cammina a tentoni, non conosce il giardino, è perplessa, ha lo sguardo stupito e mogio, va verso i suoi compagni, la luna splende alta.

Ora sono in casa, si sono riuniti nel salone, tigre, scimmia, zebra, e sciacallo, è sciacallo che urla.

 – Non avete trovato niente neanche voi! Dio è strano, siamo chiusi qui dentro, voi che ne pensate? -zebra lo guarda agitando il capo, e la criniera.

 – Non usciremo da qui, le donne devono avere inserito un sistema di allarme, non si esce… scimmia! dimmi tu che sei uscito come è la situazione fuori?

Scimmia lo guarda ponendo le mani giunte.

 – È strano, l’alta tensione è entrata in funzionamento dopo che siamo entrati nella villa, le donne devono avere agito poco prima che varcassimo la soglia della cucina, oppure il sistema di allarme entra automaticamente. Dov’è Pantera? –

Gli sguardi che incombono negli occhi dei quattro, sono di assoluto terrore.

– Pantera è uscito per controllare il garage! -, dice scimmia.

– Andiamo, raggiungiamolo! –

È sciacallo che infonde coraggio nelle menti dei presenti, che però sono tradite dai loro spasmi e dai loro occhi.

Li seguo con lo sguardo dalle bocchette dell’aria condizionata, la roncola sanguina ancora vicino al mio piede destro. Ho ai piedi delle calzature leggere.

L’orrendo corteo si dirige verso la porta principale, poi verso il giardino, li seguo, non mi sentono.

A guidare lo strano gruppo è sciacallo, zebra dietro scalpita, tigre e scimmia li seguono. Scimmia si dimena.

Non appena escono dalla porta passo alle loro spalle nell’intercapedine est. Lo faccio entrando dalla porta posta più in là rispetto alla portafinestra che dà sulla tenuta. È nascosta tra le toghe in acero che compongono un rivestimento della casa, li seguo attraverso l’intercapedine fino all’adiacente garage, riesco a sentire le loro voci. I loro occhi sono preda di un panico curioso che nella notte li accende come lumi, hanno le maschere sui volti, e tutto intorno, gli alberi si muovono nelle fronde agitati dal vento.

 – Presto, presto… -, dice sciacallo ora in un italiano stentato, l’espressione di scimmia mi sembra la più attenta, forse è la maschera.

– Entriamo! – continua, –  entriamo dentro, tu zebra, resta sulla porta! –

Sciacallo ha un folto pelo dorato, la sella che lo dipinge sul muso e sulla parte posteriore della maschera è nera e chiazzata di rosso e marrone, poi peli di color fuliggine chiudono le chiome all’estremità. Il suo sguardo nonostante la maschera non promette nulla di buono, è lui l’ideatore del colpo, e ho l’impressione che sia anche il più determinato. Morirà semmai per colpo di daga.

Tigre è dietro di lui con il suo manto ocre e striato. Le orecchie sono fiere e ben alzate, la plastica tiene perfettamente, le vibrisse; i così detti baffi, sono lunghi e bianchi, e poco si muovono data la loro composizione in plastica, questo rende l’uomo che porta la maschera ancora più inquietante e demoniaco. Sembra che niente lo raggiunga.

Poi c’è scimmia, nel suo folto pelo marrone, la sua forma longilinea ricorda quella dei macachi.

Ha l’aria intelligente, e agitandosi, (è il meno stabile dei tre che ora sono all’interno del garage), chiede a sciacallo cosa intende fare.

 – Allora sciacallo… cosa facciamo se non riusciamo a uscire, eh… cosa facciamo! –

 Ha l’aria agitata scimmia, pensa sciacallo, lui e il suo pensare… scimmia non lo molla.

 – Ehi Sciacallo… pensi che usciremo vivi da qui? -, sciacallo è il più serio e stabile mentalmente dei tre, mentre si avvicinano verso la porta del garage ha l’aria riflessiva, scimmia e tigre dietro appaiono illuminati dalla luna, zebra rimarrà sulla porta pensa, comunque zebra è maledettamente distraente, si avvia verso la porta e risponde a scimmia.

 – Ehi scimmia, ascolta, perché non stai fermo un attimo, perché non la smetti di agitarti scimmia!  Cazzo scimmia, ascolta scimmia, se vuoi restare con noi devi smetterla di agitarti. Non puoi continuare a muoverti come un ossesso! Smettila Scimmia! –

Scimmia lo guarda confuso, per lui apprendere è una cosa irrinunciabile.

– Va bene Sciacallo, non c’è bisogno che ti scaldi… va bene. –

Lo sguardo di Scimmia è serio e compunto, imparerà a sopravvivere in quel branco di animali, sciacallo è ancora lì che lo guarda, scimmia tace e lo segue, sono arrivati di fronte la porta del garage, la luna splende alta alle loro spalle, i crateri stasera sembrano particolarmente profondi, il nero, si evidenzia nell’argento della luna… una serata davvero particolare stasera.

La porta del garage si erge metallica alle loro spalle, prima del lungo corridoio. Entrano, li vedo dalle bocchette, il silenzio incombe tra loro, hanno trovato Pantera.

Mi sposto verso la telecamera a circuito chiuso nell’intercapedine, consulto questa e alcune altre.

Li voglio tenere d’occhio.

Quello che appare loro è una scena raccapricciante. La telecamera è a colori.

Pantera è sdraiato sul fondo del garage come fosse un tappeto, intorno i suoi schizzi di sangue hanno raggiunto il muro, lontano… dalla villa giunge una musica soft. I ragazzi stanno andando fuori.

 – Cristo! -, l’urlo di Sciacallo rompe la notte, gli uccelli sono stranamente silenziosi.

 – Qui c’è qualcuno! qui con noi c’è qualcun’ altro!  – Si guarda intorno nel drappello composto dai suoi compagni, ora hanno paura.

 – Siamo chiusi qui dentro, e qualcuno ha ucciso pantera, guardate, l’hanno barbaramente mutilato! –    Nel gruppo il silenzio scende d’improvviso, gli uomini si guardano tacendo per poi tornare prepotentemente a farsi sentire. Zebra è agitato, e muovendosi sulle gambe chiede cose diverse.

– Ma chi mai può essere stato, il marito della donna è in viaggio! –

– Già -, risponde scimmia – è partito, così hanno detto le donne! –

Sciacallo pensa a scovare mie tracce, qualcosa che lo induca a capire dove sono, e chi sono.

Ma non troveranno grandi cose di me, oltre le mie personali… questo per loro sarà un incubo.

 – Cercate qualsiasi traccia, le chiavi della sua macchina, se l’uomo è qui lo troveremo! -, urla sciacallo dopo avere toccato pantera con la punta del piede, pantera non si muove, e la musica ancora giunge. Che serata.

Li vedo rientrare, Sciacallo, Tigre, Zebra, e Scimmia, aspetto di sentire ululare un lupo, ma chiaramente il sacro suono non arriva. Mi do da fare, e guardo le mie armi, il pensiero mi aiuterà.

La luna dall’alto, illumina le nascoste bocchette per l’aria condizionata.

Dittatore nel bunker… attendo esplosioni.

Loro rientrano in casa, ancora corrono da una parte all’altra.

– Non c’è niente, in salone, in cucina, le chiavi non le abbiamo trovate, ma non c’è niente che induca a pensare che l’uomo sia qui… niente! –

Sono confusi, un dubbio assale le loro anime, dov’è l’uomo cacciatore?

Sciacallo è spaventato, e ora beve una delle mie Beck’s, la scorta l’avevo fatta qualche settimana prima.

– È qui intorno, forse nel giardino, ha accesso ai meccanismi della casa, è lui che ci ha cotto le maschere in testa, cazzo! È un bastardo! – zebra è agitato, e risponde.

– Ci ammazza tutti! se non lo troviamo ci ammazza tutti! –

Il suo manto è sontuoso e anche la sua andatura, ora i quattro si guardano, lo vedo dalle telecamere poste nell’intercapedine attorno alla casa, zebra elegantemente è posizionato davanti ad una sedia con traversine in legno, Scimmia è accanto alla libreria del salone, e Tigre vicino al televisore acceso. Non c’è niente che abbiano capito. Lo vedo dai loro occhi.

 – Ascoltate -, dice sciacallo, – deve essere qui dentro, cercate in ogni buco, in ogni anfratto! Deve esserci un passaggio segreto, cercatelo! –

E così sono ora dentro il bunker, che silenzioso mi nasconde, il silenzio è totale, il Commendatore Lambertenghi non ha badato a spese, ora io dittatore dentro un bunker.

La ricerca finisce così febbrilmente come era cominciata.

Maledetti animali, hanno ucciso mia moglie, e le mie due figlie.

La luna fuori è alta, è da poco passata l’una di notte, non ho il mio orologio, è nel suo contenitore nell’armadio della camera da letto, ma un buon cacciatore legge la notte, e la luna, e il vento.

Orbitano nell’atrio, le loro maschere allo specchio li stanno rendendo colmi di terrore, zebra si muove, scimmia pensa, tigre si sposta sinuoso.

La fame sale, e l’adrenalina mi cozza nel cervello con sentimenti di rivalsa e antichi ardori. Il cielo è stellato, ogni stella è uno stemma, sono romano, pagheranno!

 – Scimmia ascolta, – dice Sciacallo deciso: – Dobbiamo cercare in qualsiasi stipite, armadio, nicchia, o ripostiglio della casa. Zebra, tu occupati del salone e dell’atrio principale, tigre tu cerca fuori nel giardino, ma rimani vicino, se c’è un passaggio per qualche fottuto sotterraneo deve essere da qualche parte intorno alla casa. Dirigiti verso est, io andrò verso ovest, al primo rumore sospetto fatevi sentire, non diamogli il vantaggio di isolarci. Ci vediamo qui fra venti minuti, ricordate, segnalate immediatamente qualsiasi cosa strana, un passaggio, una porta, o chissà cos’altro. Dividerci è l’unico modo per restare vivi, se è qui è uno solo, deve essere il marito della donna, non potrà ucciderci tutti insieme, prendete le vostre armi e andate. Qui fra venti minuti! –

Gli animali rispondono con cenni della testa. La luna illumina la casa. Fuori l’upupa ha ricominciato a cantare.

A tigre è toccata la destinazione est, il capo è stato perentorio. Lui è andato a ovest.

Tigre si inoltra nel bosco di aceri e meli, più in là oleandri e limoni; siamo a Roma, sulla via Appia, ancora dietro salici e pioppi, ogni pioppo uno scoppio.

Cammina guardingo mentre la luna lo illumina come fosse in un film, cammina di notte con manto dorato… striato… imbellito.

Lo sguardo e il portamento è naturale che risultino belli e suntuosi, lui è tigre. Non potrebbe essere diversamente.

Diana dea della Caccia ancora non ha visto me. Sto per uscire.

E lo faccio con la daga in mano. Ho deciso, ucciderò la tigre.

Gli uccelli hanno ricominciato a cantare, marabù e allocchi urlano più dei nibbi stridenti e delle aquile fiere, tucani e kakariki urlano più di merli shama e pappagalli.

Io non urlo. Ascolto la tensione.

Esco con la daga in mano tra le edere e le piante vicino all’uscita dell’intercapedine est, esco dalla fessura tra la cucina e il salone, le toghe in acero sono perfettamente allineate con le posticce, il Commendatore ha fatto un buon lavoro.

Ho indosso una maglietta e dei pantaloni al ginocchio, le scarpe sono aperte e comode, stasera c’è aria di brina.

Le hanno uccise. Piangevano quando lo hanno fatto. E io anche.

Quanto male hanno fatto, non ce n’era bisogno, la mia spada è calda, il polso gira bene, mi soffermo a pensare alle mie donne, poi la spada viene in mio aiuto, e si posiziona, verso un dove, verso un uomo. Verso un chiunque.

 

Tigre cammina guardingo. Io anche dietro le piante.

Tigre sinuoso nel passo se ne va tra la boscaglia, tra gli aceri e i meli, tra i pioppi e gli oleandri, e poggiando mano, si ritrova sovrano.

Ha un buon passo, io lo seguo, sento i tamburi nella mia testa, come un guerriero masai, la daga nella mano, lo seguo.

Tigre sta cercando una mia traccia, io sono dietro di lui che tra edere lingue di drago lo seguo, poi alberi bastioni mi si parano davanti, e ancora frutti bombe, e foglie lame, sono il Re del Reame.

Tigre cerca tra le piante sinuoso, tra i pioppi rara è assai la vista, ma va bene… sia rivista.

E dunque lui cammina. Peccato non c’è brina.

Ancora urla un falco, poi l’aquila… e l’assalto!

Urla tigre aprendo le braccia quando nel buio vede la mia faccia,

che dir che gaudio è poco… di fronte, in ampio loco.

Mi guarda assai sorpresa,

la faccia cupa e tesa,

le mani in alto alzate,

come a levar vibrate,

 –  Sei qui bastardo! – urla, gli uccelli come burla…

cominciano a cantare.

È dolce il mio pensare.

Tigre ha paura, le mani le ha alzate come prima difesa, ha capito che io non sono un tipo con cui scherzare. Io rido arcigno, non riesco a trattenere.

È armato, e allora subito mi gli getto addosso, ma quello fa in tempo ad estrarre la pistola, che vola in alto dopo l’urto, e si va a perdere tra le foglie.

In bocca ha mille voglie, ma la più forte è quella di attaccare, mi si getta indosso con coraggio, ma io lo schivo, e lo ferisco alla schiena, di striscio. Lui ruggisce, gli uccelli cantano.

Blatera parole in un rumeno che non capisco, i suoi occhi sanno di alcol e serate male digerite.

Che abbia difterite?

Fa due passi indietro, poi capisce che la mia spada sarà la sua fine, io avanzo nella notte, sposto rami a frotte.

Quello impaurito mi guarda valutando quando e come potrei colpire, io avanzo ancora, ormai è come un gioco.

Lui nell’ideale fuoco indietreggia e cade a terra,

poi in un assalto denti e pugni serra,

io alzo la spada al cielo, il suo salto è stato buono, ma la punta della daga lo ha colpito.

Io, mi sono girato perfettamente su me stesso, compiendo una giravolta.

La casa mi è di fronte.                                                                            

Rientro in casa veloce e silenzioso, ho esposto la testa di tigre in bella vista di fronte la casa, nel mezzo della tenuta. I lati della bocca dell’animale sono inzuppati di sangue, così il suo sorriso sembra schiattato, confuso, terminato. Le vibrisse lunghe e accentuate tagliano la notte con il loro colore bianco, il naso brilla all’imbrunire di sudore e sangue, le pieghe del muso sono raggrinzite sui denti, ora il muso di tigre è poggiato sul legno che ho usato come palo, tigre guarda lontano, e nelle sue morbidezze si evince forte Marte, dio della guerra, sono romano.

Percorro velocemente il tratto che mi divide dalla porta dall’intercapedine est, gli uccelli tutti; stranamente, emettono un cupo e ovale suono di accompagnamento alla mia corsa, uccelli o corni essi sono… non riesco nella corsa a interessarmene. Suona la carica.

Entro nell’intercapedine est, sciacallo è sul patio principale che si guarda intorno, ha dato una breve occhiata fuori, sa che dovrà difendere il territorio, è un duro lui. Scimmia e zebra lo raggiungono.

 – Niente, non c’è niente, negli armadi, nei corridoi, nei bagni, non c’è un fottuto cazzo di niente! -, è scimmia che parla, al solito è agitato, si dibatte, si dimena sulle gambe, vuole capire, agita le braccia. Accidenti.

Per scimmia rivolgersi a sciacallo è sempre un problema, scimmia si dimena, si dibatte, si agita.

Agita le mani sopra la testa, sembra che abbia un terremoto nei pensieri, ed i suoi occhi… i suoi occhi guardinghi sono agitati, esagitati… accidenti… scimmia!

Ma non può farci nulla, scimmia è fatto così.

E così sciacallo risponde.

 – Ok, non ci agitiamo, se è qui è dentro o fuori dovrà mangiare, comincia la caccia!

Zebra, prendi gli alimenti in frigo, e chiudete le finestre, se vuole mangiare dovrà arrangiarsi. Ora ascoltate, prenderemo la daga poggiata sullo staffo, scimmia tu hai una pistola, tu zebra prendi un coltello in cucina, ci difenderemo, non dobbiamo avere paura, ok? –

 D’accordo dice zebra, che sembra il più sicuro dei tre.

 – Dobbiamo dividerci e fare come base il salone, così terremo d’occhio le due entrate… -, dice sciacallo.

 – Io mi occuperò del lato della porta che dà sul giardino a est, tu scimmia terrai d’occhio quella a nord, tu zebra sarai vicino la portafinestra, dobbiamo fare in modo di non lasciarcelo sfuggire tenterà di entrare, e allora lo beccheremo, non siamo interessati ad uscire, se avesse un cellulare avrebbe già chiamato la polizia che invece non arriva, bene, prendete i vostri posti, e ricordate, è solo e presto avrà fame.

E quando è così gli animali escono sempre allo scoperto! Andate! –

Scimmia e Zebra lo guardano affascinati, sciacallo è un vero duro, e un vero capo, di quelli che devi guardare negli occhi prima di abbassarli, e la sua maschera maculata spaventa, infonde paura.  

 

Scimmia è nella parte nord della casa, quella che da sull’entrata principale, ha una pistola, la sua ombra si rifrange sul muro, è chiaro che l’uomo ha ampio accesso alla casa, forse ci sono delle porte segrete, poco prima nello sgabuzzino ha visto una scatola di chiodi, e così decide di spargerli per i corridoi laterali della casa, lo vedo, mi costringe a lasciare tracce o ferirmi, scimmia ha l’aria acuta e intelligente. Sembra un macaco. Sciacallo e zebra lo guardano insospettiti poi capiscono.

Quando entrerò o mi muoverò nella casa, i chiodi verranno spostati, e io individuato, ma non sanno gli ignari che le intercapedini sono due, e io ho accesso ad entrambi tramite i corridoi esterni.

La bestia terrorizza il cacciatore.

Mi muovo all’interno dell’intercapedine est, riesco a vederli in tutte e tre le postazioni, sciacallo, zebra, scimmia, come animali.

Rossella era alta e dai capelli ramati, ci conoscemmo in un pomeriggio passato da entrambi sul lago di Albano, nella splendida terra dei Castelli Romani, andammo là da soli, ognuno per conto proprio.

E quando fu il momento di affittare una barca per il giro sul lago, ci rendemmo conto che ne era rimasta una sola, il noleggiatore sorridendo di sottecchi ce la mise in acqua. Entrambi decidemmo di salire.

Il lento rumore del lago vulcanico subito prese il posto delle nostre parole, e insieme andammo verso il largo. Intorno, e in lontananza, i vigneti e gli abeti tutti ornavano insieme ad altri alberi da fusto le coniche pareti. Maelstrom d’amore.

Intorno, gli alberi accompagnavano la discesa delle pareti fino all’acqua come fosse moquette appena stesa, la sofficità delle fronde si adagiava sotto i nostri passi.

Io e Lei.

Bagnammo le mani entrambi per sentire l’acqua tiepida di quel bel giorno di luglio di qualche anno fa, tanto innamorati eravamo che non ricordammo il giorno preciso mai, anche a distanza di chiacchiere e supposizioni di diversa natura sulla data, eravamo felici.

L’acqua del lago subito ci diede rimembranza sulla sua pericolosità, intorno il silenzio si mischiava alla paura e alla spensieratezza. Il lago nel corso degli anni aveva ospitato sul suo fondale più di qualche persona, ma splendida la sua bellezza aveva la meglio sul terrore.

Ridemmo ancora prima di arrivare al centro e vedere salire dall’acqua una leggera nebbia, il lago era tranquillo, e altre coppie in lontananza ridevano con schiocchi di felicità, ai suoni del lago.

 – Nicodemo – dissi.

 – Piacere, Rossella –

 Mi tese la mano che presi tra la mia stringendola intensamente, poi risi, il lago fluttuava sotto la piccola imbarcazione presa a noleggio. Rise anche lei con sguardo dolce, di sottecchi rise ancora, e parlammo così del più e del meno, e del motivo che ci aveva spinti ad arrivare fin sul lago. Entrambi cercavamo un calmo riparo dove mettere a punto le nostre idee. Il solleticare dell’acqua ci avrebbe aiutato.

Gli alberi e i vigneti intorno maestosi apparivano, e l’acqua ondeggiava sotto di noi, ci frequentammo poi, e dopo sposati nacquero Chiara e Carlotta.

I primi anni dopo il matrimonio furono felici e pieni di ardore per l’amore, cosa che abbiamo mantenuto, vibravamo l’uno nell’altro al suono della musica, lastricavamo la città con i nostri passi sorridendo al guardo dei monumenti e dei negozi, ci beavamo dei profumi e degli odori di bevande calde e cibi cotti in strada. Poi nacquero Carlotta e Chiara.

 – Ho visto la locandina del Barbiere di Siviglia – diceva lei.

 – Si – rispondevo io.

 – Adoro l’Opera. –  E così ci sorridevamo adempiendo a quelle che erano le piccole cattiverie della vita, ogni demone ci sembrava arguto assai, e la città dietro e intorno spumeggiava di vita.

Che gaudio.

Carlotta nacque a Villa Alba, Chiara al San Camillo, le ricordo entrambe ridere mentre Rossella le stuzzica amorevolmente.

Ridevo beato nel guardare il verde dei giardini all’interno delle strutture pubbliche e i marmi e le panchine dove tutti si affrettavano a parlare, e poi altre, con elementi in solitudine, Roma sorrideva felice, bianchi i marmi trucchi di colonne.

Carlotta danzava, Chiara leggeva, una con il fidanzato l’altra ad un concerto. Diverse, sostanzialmente diverse ma con una passione entrambe per la lettura.

Carlotta promossa a pieni voti al liceo, Chiara vincitrice di un saggio sulla poesia. Entrambe alla ribalta sul teatro della vita. E che schiocchi.

Me le hanno uccise, così, piano piano, ridendo, piangendo. Mugolando.

 

Scimmia è in fremente attesa, stringe la pistola con le mani all’altezza del ventre. Pronto è al colpo. La sua testa è tonda e chiara nel pelo, dal disegno morbido, rotonda, sembra un macaco. Ha l’aria intelligente ma è impaurito, non sa da dove il terrore arriva, continua a guardarsi intorno, ha già ispezionato la grossa libreria alla sua sinistra, non ha trovato il passaggio che si aspettava, e allora ha capito che la questione è più complicata. Che bisogna guardare in altri dove, per scoprire gli eventuali passaggi segreti, ma ha sparso i chiodi, e così convinto di individuarmi come il ragno con la tela, attende la mosca e… tack!

Mi muovo silenzioso, passo alle spalle di sciacallo che è alla porta est e che non mi sente arrivare, poi vado a controllare zebra, sono silenzioso, il pavimento attutisce il mio arrivo, lo percepisco.

Sto camminando perfettamente mentre il nemico raggiungo. Ho intenzione di braccarlo.

Ma attendo zebra che è il più nervoso, lo si evince dai leggeri e ripetuti movimenti del collo e della testa, la criniera si muove nonostante le sue voglie, è nera.

Non attenderà molto, e sbaglierà, dandomi l’opportunità di colpirlo, scimmia sparerà e sciacallo anche, sono due duri loro, zebra è la mente più labile dei tre, occorre attendere, la notte è alta, e gli sfrigolii dell’alta tensione come era già capitato, hanno ucciso un uccello di grosse dimensioni attardatosi sui cavi, zebra ha sussultato, la tensione è ai massimi, e io sono un buon cacciatore. AVE.

Sono in attesa da tempo zebra è nervoso, continua ad avvicinarsi alla portafinestra e a guardare fuori. Il vento muove le fronde degli alberi facendole rumoreggiare, lo sento dalle bocchette per l’aria. Ha posato il coltello sulla cassettiera in mogano poco distante dalla statua in marmo rappresentante un Dioniso sec. V, e guarda fuori, oltre i vetri che sono chiusi, sta cercando me, sa che ci sono ma non sa dove trovarmi, ed ecco che il germe dell’incertezza si insinua in lui. Ora il suo animo è sulla soglia di massima attenzione, prima dell’esplosione.

Salta sulle gambe con passi incerti e tesi, non trattiene più gli spasmi dati dal coraggio e dall’istinto di conservazione, ora il suo “vaso” si è riempito al massimo, e sta per esplodere, ripete gli stessi movimenti con le gambe verso la finestra, guarda fuori, ed è tentato di aprire le ante, porta la mano alla bocca infilandoci un dito e iniziando a pensare, zebra ora cerca di capire.

 

Dal salone non proviene alcun rumore, lui fa rumore mentre scalpita sul pavimento, sa che non deve farlo. Il branco caccia la preda, sciacallo e scimmia non gradirebbero. Sono in attesa.

Continua zebra a guardarsi intorno, è tentato di accendere il televisore al plasma che si trova nell’atrio principale, ma non lo fa, sciacallo ha dato chiare disposizioni, evitare ogni rumore per condurmi in trappola, zebra riflette, poi guarda prima in direzione dello staffo reggente l’armatura romana del 47 A. C. poi torna indietro con lo sguardo, preferisce il televisore. Devo cercare di farlo uscire, se riuscirò ad isolarlo sarà un più facile bersaglio. Devo attendere, lo vedo dalle bocchette, il suo nervosismo è al culmine.

Continua a guardarsi intorno agitando le gambe, dentro la casa si respira un’atmosfera irreale, i tre sono districati per il perimetro del pian terreno ma non possono né vedersi né parlarsi, sono ora tutti impegnati nel captare ogni più piccolo rumore che possa indurli sulle mie tracce. Non sanno se sono dentro o fuori, ma la vista dei due cadaveri e quelli delle mie donne nella stanza da letto comincia ad innervosirli, tigre è puntato sul palo di fuori illuminato da un raggio di luna che perpendicolarmente cade sulle sue grinze mostrando i rivoli di sangue ormai essiccato.

Gli occhi hanno un aspetto vivido grazie alla luna, e tigre sembra guardare a terra cosciente, rimembrare sembra i suoi errori, come quello di allontanarsi nella fitta boscaglia lasciando il gruppo e cercando così il confine. I baffi segnati sono da strisce traverse di sangue raggrumato, e grumi di saliva li percorrono arrivando soli e limpidi a terra, zebra è nervoso, è quello dei tre che ha meglio la visuale su questo spettacolo. E ora sembra che tigre gli parli strizzandogli gli occhi.

 – Esci amico! Andiamo fatti un giro fuori, non avrai mica paura per caso? –

Lo sguardo è allegro e salacemente divertito, Tigre sembra essersi ripreso e nuovamente pronto a dare ordini: – Andiamo Zebra… non mollare, fatti un giro, vieni fuori la sera è fresca e gradevole, e il terreno morbido e ricco, potrai correre, correre, correre! –

Zebra lo guarda, è tigre quello morto che parla lì fuori, deve essere tornato nel suo stato di spirito. Solo che intorno a lui non ci sono danzatori, tigre è lì fuori che lo invita ad uscire, il suo sguardo è divertito e la sua bocca si muove morbida e fluente, la luna illumina il suo volto.

– Zebra… ah, ah,ah, vieni andiamo! Qui fuori troverai il tuo vero Io, lo potrai provare sul terreno, vieni, la corsa sarà inarrestabile e veloce! –

Urla Tigre come se fosse impazzito, ma è costretto sul palo. Le vibrisse ora gli si sono drizzate, e come zampe artigliate si muovono. Tigre è all’attacco!

 – Vieni Zebraaaa!!! Vieni nel territorio degli antichi arcani, prova il pensiero dei primari impulsi, lotta zebra, vieni fuori e corri, corri, corri libero il più che puoi, e dimostra quale valente guerriero sei, VIENI ZEBRA!!! VIENI ZEBRA!!! –

 La bocca si muove con enfasi e voracità, sembra un enorme meccanismo, solo che la vividezza dello sguardo illuminato dalla luna rende quella faccia affascinante e stordente, tigre è lì di fuori vivo!

La sua testa è resa viva dallo Spirito della Tigre, si, forse esso potrà calmarlo, si avvicina alla finestra zebra. Ora tigre ha smesso di parlare, e la maschera è tornata ferma e illuminata dalla luna, zebra lo guarda intimorito, tigre annuisce in silenzio.

 

La lancia la tengo in mano bene e ferma, il guerriero Iichamus non avrà di che lamentarsi, lo leggo nelle stelle, gli aborigeni usavano il curaro.

La punta è composta di una felce perfettamente inserita nel manico realizzato in acero africano che è morbido ed elastico al tatto, zebra correrà e la mia lancia si infilerà nella sua pelle. Sta uscendo, e ora è il momento di distrarlo.

Apre la portafinestra piano, si affaccia sul patio che gira intorno alla casa, davanti a lui i tre scalini in legno lo immettono sul prato. Esco piano dall’intercapedine.

Scende piano i scalini sentendo sotto di esso il terreno morbido e fresco, Tigre aveva ragione!

È timoroso mentre all’insaputa di sciacallo e scimmia si inoltra nel giardino che si apre sulla tenuta, i castani e i pioppi gli appaiono scuri e silenziosi, io attraverso piano il pezzo di prato che mi divide da lui, scaglio un bastone che lo impaurisce e lo fa allontanare dalla sicurezza degli scalini, ormai è in mare aperto, ha visto la mia lancia. Corri zebra, corri!

La corsa è affannosa e piena di ostacoli, infatti il vento e le fronde in movimento confondono i pensieri. Lontano, tra i pali dell’alta tensione gli sfrigolii della corrente elettrica continuano imperterriti a passare uno dopo l’altro, il cadavere dell’uccello morto è totalmente carbonizzato, e l’odore che sale dalle sue carni bruciate riempie l’aria con un sapore di morte, gli uccelli nell’uccelliera mandano grida agghiaccianti, ma siamo ormai lontani, si, siamo ormai lontani dalla casa e il territorio di caccia è aperto e vasto. Io sono dietro di lui, che tengo la lancia in mano e il passo fiero.

 – Bastardo figlio di puttana… PAZZO!!! -, zebra corre inacidito nell’animo e nel corpo, è caduto nel tragico tranello, ora sa che dovrà pagare, la corsa è una sua specialità, ma forte i miei passi risuonano nella tenuta. E lontano dalla villa, il ritmo che sale dalla radio è tribale e ossessionante, gli uccelli urlano a gran voce le loro rimostranze, e lontano, nel lago artificiale le onde si muovono lente e sconnesse. Qualcosa vive al suo interno!

 – Ehi amico… cosa cazzo vuoi! cosa cazzo vuoi!!! – mi urla mentre a volte si gira indietro. 

 – Andiamo Zebra, morirai! – gli rispondo mentre non lo perdo d’occhio con la lancia, gli alberi ci corrono intorno come a volerci urtare, ma ad ogni passo, ad ogni radice saltata, e a ogni affanno emesso riusciamo ad evitarli, e corsa ancora, e corsa!

– Zebra, ti raggiungo, ti prendo Zebra! –   urlo come un ossesso, la lancia fende l’aria come a strimpellane i suoni, la caccia, il sudore, madido sono nella fronte e nel corpo, ho tolto la maglietta, è una bella serata, e la folla sono certo mi plaude.

– Guarda zebra, ci sono degli ostacoli da evitare, salta zebra!

Ora la tartaruga, ora il prato, ora la radice! –  

Lo sto distraendo, ne sono certo, le urla arrivano nella notte amplificate dalla radura, gli alberi intorno fanno cassa armonica, e piccole gocce di rugiada ornano le foglie ed il mio corpo. Che serata!

 – Amico io non sapevo, io non volevo! -, urla in un rumeno affannato ed impaurito, le hanno uccise, lo ricordo bene. Ho sentito i loro mugolii.

 – Non importa più zebra, ora corri, o morirai! -, continua a correre davanti a me, evita alberi e panchine, statue e ancora alberi e buche, assestamenti del terreno, la sua corsa è veloce e precisa, vedo le sue gambe galoppare in maniera forsennata.

Il petto si è gonfiato ed il mio respiro è preciso e appena affannato, zebra corre instancabilmente e io non voglio mancare il bersaglio con la lancia, lo devo fermare, o avvertirà gli altri. Ho bisogno di un buon lancio… un solo buon lancio.

Lo realizzo, zebra è di fronte a me ormai ad una distanza ravvicinata tanto da giustificare il tiro. Alzo la testa, il mento è prominente all’aria, il braccio è parallelo alla testa, la lancia flette, tiro!

 – Aaahhhh… -, il grido è agghiacciante e sorpreso, sta valutando il dolore, l’ho colpito poco sopra ai fianchi, mentre era in corsa, il tiro è stato perfetto, zebra è ferito poco sopra il coccige, dove si estende il muscolo del grande gluteo, un tiro perfetto.

Zebra ha sbandato e dopo alcuni passi malconci e infermi è andato a sbattere contro un albero.

Povero zebra, ora è lì che ansima adagiato al tronco largo e sinuoso, sembra fatto apposta per morire. Rido e lo finisco, gli amici potrebbero arrivare.

Mi dirigo ora verso la porta principale attraverso l’intercapedine del muro est, non mi hanno visto, sciacallo e scimmia sono ora sul patio, infine sono usciti, devono avere cercato zebra, bene, ho fatto appena in tempo, ma ho perduto la lancia, daga e cacciavite sono ancora tra le mie mani e sono rimasti scimmia e sciacallo, il tutto ha sapore di premonizione.

 – Zebra! Zebra! -, è sciacallo che urla, nella notte tutto è silenzioso, se non i venti e le fronde degli alberi.

Tutto è confuso fuori, nella tenuta, e dal patio è difficile capire cosa sia successo, gli alberi, fronde agitate sono, e i pilastri della corrente anche sono lontani. Solo un uccello canta, ma non sappiamo quale.

 – Zebra deve essere uscito, e quello lo ha fatto fuori, è nel giardino, si nasconde nel giardino! –  Sciacallo si rende conto di urlare contro scimmia, la cosa lo mette sempre un po’ a disagio, scimmia lo guarda, con la pistola in una mano e si agita come a cercare di capire, – E allora cosa facciamo? – dice scimmia.

 – Se lo cerchiamo rischiamo di cadere in qualche trappola, hai visto che fine ha fatto tigre! Sia lui che pantera sono stati uccisi brutalmente, è armato, e non intende lasciarci liberi, dobbiamo stare attenti, e cercare di uscire di qua, dobbiamo trovare l’interruttore della corrente, o quello ci ammazza tutti e due! –

 – Si hai ragione -, dice sciacallo, mentre aggrotta la fronte e le orecchie si fanno puntute e fini.

– Dobbiamo trovarlo, prima che lui trovi noi! – aggiunge con voce stridula e agghiacciante.

– Dobbiamo trovarlo, e giuro, giuro che lo appenderò all’albero più alto, e poi defrauderò questa cazzo di villa! –

Scimmia lo guarda, la notte è ancora alta, e lui ne coglie le note più lugubri.

 Le prime note colte sono quelle della nona sinfonia di Beethoven, eseguita dalla Wiener Philharmonicher di Vienna, le trombe suonano, l’oboe rispondono, e tutta la natura intorno si desta al passaggio del guerriero! Ah gaudio, ah piacere sublime suona la nona! Suona! 

I loro sguardi sono illusi da un destino che non li riguarda, pensano di potermi trovare. ILLUSI!

Suona la Nona! SUONA!

Ah quale gaudio, Scimmia e Sciacallo hanno gli occhi di fuori giri, si è acceso il grosso impianto stereo nel salone, tromboni e demoni per loro e io rido, tenendo in mano daga e ardore, moriranno, non alla fine del suono. Ma lo faranno!

Subito entrambi i giovinetti si recano alla ricerca delle mie tracce sui chiodi, non ce ne sono, sono stato bene attento a saltarli quando dalla porta tra il salone e la cucina sono entrato. Passo avevo furtivo e silenzioso. Ah gaudio!

 – È entrato, ha l’accesso libero! – sciacallo tuona con le parole quando in mezzo al salone, scimmia si agita.

 – Attento – dice scimmia – potrebbe essere da qualsiasi parte, forse è ancora dentro, poniamoci al riparo! –

E così fanno, i due pongono le schiene addosso alla libreria avendo così la visuale completa sulla totalità dalla casa, io sono nell’intercapedine est che li guardo, non si divideranno. Ora veri guerrieri.

Cominciano a girare per casa intorpiditi da una lieve euforia che ha fatto breccia nei loro cuori, è la presenza dello spirito della morte. Molti lo fanno.

Non hanno ancora trovato l’impianto stereo da me in precedenza programmato che suona la nona di Beethoven, note gaudiose!

Beethoven evoca degli augelli le più alte dimestichezze, tra i rami li annovera sussultando come foglie ad un vento leggero. Io c’ero.

Dipinge ogni raggio di sole.

Poi le parole, le loro.

– Dobbiamo trovarlo scimmia, non uscire, rimaniamo nel salone, se avrà fame dovrà mangiare, lo uccideremo, come lui sta facendo con noi! – scimmia asserisce, la musica rimbomba nella casa.

 

Il tempo passa lento, hanno fatto un altro giro di ricognizione, la casa è diventata loro nemica, non la conoscono, e la ripudiano, ora ogni suppellettile, ogni soprammobile, ogni scaffale, vetrina che vi siano all’interno, appaiono loro come ingranditi e pregni di colori. È la loro paura.

L’adrenalina in questi casi fa brutti scherzi, lo so, sono appassionato di tecniche militari e la paura è una delle migliori tecniche da adottare contro il nemico, fiacca gli animi e li rende confusi, gli uccelli fuori urlano, e la luna si è oscurata perché sovrastata da un banco di nuvole che si avvicinano da nord est. Sono nere, e questo li mette in ulteriore agitazione.

Scimmia sta scoppiando. 

Si agita ad ogni suono, e ad ogni suono tentenna. 

Hanno esposto i corpi all’esterno del patio, quelli delle mie donne, sperano così da indurmi ad uscire, sciacallo ne ha oltraggiato uno con una forchetta, quello di mia moglie, urlava come un forsennato quando in volto di essa ha tracciato tre tratti. I corpi ora sono esposti alla luna, che li illumina piena, io ho pianto, e poi ho indossato la divisa da SS ritirata dall’armadio principale. Esperto e collezionista. Fuhrer in rivista.

La fascia è rossa al braccio, le insegne sulle spalline riproducono foglie di alloro argentate, come quelle sul collare, indosso i guanti neri, ora la musica aiuta anche me.

Ma intorno è tutto così confuso.

La divisa risplende nera delle sue insegne argentee. Sono due.

E la musica è ottima, ora suona Wagner e il suo Lohengrin.

Ora mi aggiro per il giardino, le insegne a forma di teschio risplendono sotto le luci della luna e sotto quelle della corrente ad alta tensione passante per i cavi, sono in casa non mi hanno visto, hanno paura, e se ne stanno tappati con le finestre chiuse in attesa di un mio errore. La luna è alta, sono più o meno le quattro, i due sono spossati, ed ecco sciacallo che apre la porta della veranda, sta tentando di uscire e braccarmi, ha posto scimmia di guardia alla portafinestra.

Il trucco che uso è quello più vecchio del mondo, lascio il mio cappello a visiera alta con insegna nazista appollaiato su di un ramo che ho poc’anzi spezzato, la paura fa novanta, e sciacallo piano piano si dirige verso di esso, io ho tutto il tempo di entrare in casa. Scimmia mi aspetta!

La faccia che fa Scimmia quando mi vede è paragonabile a quella che farebbe un bambino se di fronte i suoi occhi, nel cielo, un grosso dirigibile si sgonfiasse tutto ad un tratto. sciacallo è corso fuori come impazzito, vuole assolutamente essere cosciente e presente allo scontro, così ha abbandonato la postazione principale, vuole affrontarmi in campo aperto, si insomma, vuole lo scontro frontale, sa che è l’unico modo per mettere fine alla tensione, si è spinto al largo, nella tenuta.

Ho del tempo, infrango il lampadario del salone, e così cala il buio, scimmia all’improvviso vede i teschi della divisa lucenti nel buio, spara tre colpi, che devio buttandomi sotto il divano, poi raggiungo l’atrio principale nella parte ovest della casa, spara altri due colpi che mi colpiscono entrambi di striscio, la mia divisa fuma, e allora lo bracco al collo durante la colluttazione, la pistola gli scivola durante la lotta dalle mani, strangolo scimmia, che piegandosi di fronte a me cade.

È morto, ne sono felice.

Esco dall’atrio passando attraverso l’intercapedine est, passo sui chiodi, e muovo cose, e inciampo, così la mia divisa si sporca nella cenere del camino, diventa grigia, insozzata della grigia polvere e dei lapilli intorno al camino, esco in giardino, lo stiletto che ho nascosto negli stivali mi servirà a colpire, attendo sciacallo in un fossato, una specie di trincea, la mia divisa è grigio verde dalla cenere e dai lapilli, la testa anche sembra calva. Esco dalla trincea e lo colpisco al cuore all’improvviso, è poco più in alto di me dato il terreno. Mi muore ai piedi senza fiato.

Chi sono? Un uomo, un comandante, un generale?

Un soldato.

Hanno solo sbagliato casa.

Tlack!

Schiocco di stivali.

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